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June 25
"Cari figli,
gioite con me, convertitevi nella gioia e ringraziate Dio per il dono della mia presenza in mezzo a voi. Pregate che nei vostri cuori Dio sia al centro della vostra vita e testimoniate con la vostra vita, figlioli, affinchè ogni creatura possa sentire l’amore di Dio. Siate le mie mani tese per ogni creatura, affinchè ognuna si avvicini al Dio dell’amore. Io vi benedico con la materna benedizione. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."
Grazie Mamma di essere qui con noi..spero vivamente di poter ritornare al più presto in quella terra benedetta da Dio che è Medjugorie !!! June 10
Benedetto XVI ha indetto a conclusione dell’anno dedicato a san Paolo, un anno sacerdotale durante il quale egli proclamerà San Giovanni Battista Maria Vianney, conosciuto anche come il santo curato d’Ars, patrono di tutti i sacerdoti del mondo. Il curato d’Ars per la gran mole di lavoro apostolico che realizzava per il bene delle anime, ovviamente non poteva non attirare le ire dell’Inferno, infatti fu spesso molestato dai diavoli senza dare loro il minimo appiglio; i diavoli infatti facevano rumori spaventosi lanciando forti urla dall’interno della sua canonica. Talvolta i demoni lo picchiavano lasciando sul suo corpo delle lividure visibili; uno di questi demoni era da lui chiamato scherzosamente “le Grappin”. Nella stanza del santo , Gesù, la Madonna e gli angeli venivano ad assisterlo nelle sue lotte contro il “Grappino”. Un maresciallo della gendarmeria, Napoly, venuto a cercare l’abate Vianney di notte, davanti alla ...
... porta della canonica udì voci minacciose. Quando il curato apparve con la sua lanterna: “non è nulla, disse, è il grappino”, poi vedendo che il gendarme tremava dalla fifa, lo prese per mano e lo accompagnò fino dinnanzi la chiesa. Una sera, sulla piazza d’Ars, una donna che dicevano ossessa, denunciava le colpe di coloro che l’attorniavano. All’avvicinarsi del sacerdote, gridò furiosa: “Non ci sei che tu a cui non posso rimproverare nulla”, Ma subito ricredendosi affermò: “Eppure si. Nel tempo in cui lasciasti l’esercito, Vianney, quel giorno che faceva così caldo, sei passato davanti a una vigna, ci sei entrato per prendere l’uva. Hai rubato, Vianney”. “E’ vero, diss’egli, avevo così sete, ho preso un grappolo, ma prima di lasciare la vigna, me ne ricordo, per risarcire il proletario del danno, ho posato un soldo vicino al ceppo. Grappino nascosto nel corpo di questa infelice, tu non dici tutto!”. Caterina Lasagne, una delle collaboratrici più vicine al sacerdote, scrive nei suoi ricordi: “[…] Lo stesso anno in cui il Signor Curato si disponeva a fondare una scuola per le ragazze, credo sia verso l’anno 1824, noi eravamo a quel tempo presso le religiose di San Giuseppe a Fareins con Benedetta Lardet, per la nostra istruzione. E quando sono ritornata il sabato, come facevamo sempre per passare la domenica ad Ars, mi hanno raccontato che il signor Curato provava molte noie a causa di rumori che sentiva alla canonica durante la notte. Si pensava che fossero dei ladri, o qualcuno che voleva fare del male al signor Curato. Allora molti giovani si sono armati di fucili per custodirlo, gli uni come sentinelle al campanile, altri al presbiterio. Un giovane chiamato Verchère (fabbro ad Ars) era nella stanza vicina a quella in cui era il Signor Curato, quando improvvisamente, durante la notte intese un rumore spaventoso. Sembrava che facesse a pezzi un armadio che era nella stessa stanza. Il povero ragazzo spaventato corre in tutta fretta verso la stanza di Don Vianney e lo chiama. Ecco come lo raccontava il santo Curato: “Il mio caro Verchère non pensava più che aveva un fucile, si credeva perduto”. Una notte che era caduta della neve, non si videro le tracce di nessuno. Allora Don Vianney comprese che non erano dei ladri, rinviò le sue guardie e rimase solo nel combattimento. E si sapevano da lui stesso, quando lo diceva, i differenti attacchi che provava da parte del demonio. Comunque egli si era armato prima con una forca in ferro che poneva a fianco del suo letto e diceva che talvolta sentiva strappare le tende del suo letto, credendo di trovarle in pezzi l’indomani. Si affrettava a prendere la sua forca, credeva che fossero dei ratti. Ma più egli scuoteva, più si strappava. E l’indomani, le tende non avevano male. Altre volte il demonio bussava alla porta della sua stanza e lo chiamava Vianney. Egli diceva che era una voce aspra. “Altre volte, egli diceva, Grappino ha colpito alla mia porta questa notte. Non gli ho detto di entrare. E’ entrato lo stesso. E’ venuto a sbattere la casseruola sul secchio d’acqua che è sul mio camino. L’ha battuta spesso”. Un’altra volta, egli diceva: “Sembrava che fosse un grande cavallo che era nell’appartamento, al di sotto della mia stanza, che saltava fino al soffitto e ricadeva poi sulle sue quattro zampe sul pavimento”. Altre volte diceva che aveva sentito nel suo cortile come un esercito di Austriaci o di cosacchi che parlavano confusamente un linguaggio che non comprendeva. Un giorno, mi disse: “Non mettete paglia nel mio letto, perché, se vene è molta, il demonio mi getterà a terra”. Ho capito che se il materasso fosse un po’ più pieno, che non sarebbe in mezzo al suo letto, quasi su delle tavole, come d’abitudine, che sarebbe più facile farlo scivolare a terra. Un’altra volta disse: “Grappino è venuto questa notte. Si è posto sotto la mia testa come un cuscino ben tenero e ben dolce. Spingeva delle grida lamentevoli come di un malato che è in agonia”. Una volta, egli era impegnato nel leggere il suo breviario a fianco al fuoco. Sentiva soffiare forte un rumore al suo fianco, come se qualcuno vomitasse del pietrame o dei grani di grano. Allora, pensando che fosse il demonio, egli disse: “Vado alla casa della Provvidenza. Dirò quello che fai per farti disprezzare. E subito ha smesso”. In effetti, egli è venuto all’istante a raccontarci ciò. Altre volte, sembrava che qualcuno salisse le scale della sua stanza di fronte con grossi stivali e non vedeva nessuno. Queste visite notturne erano molto frequenti. Egli notava che ciò accadeva soprattutto quando alcuni peccatori volevano convertirsi e che in effetti essi giungevano ad Ars presso di lui per porre ordine nella loro coscienza e menare una vita migliore, cosa che non piaceva al demonio. Gli accadde una volta che essendo chiamato a San Trivier per un giubilato od una missione, vi fosse anche il missionario Don Chevalon, tra gli altri. (Erano i primi tempi; non venivano molte persone ad Ars, come più tardi). Il signor Curato parlava loro senza modo delle visite di Grappino, come lo chiamava. Una sera, questi signori si misero a scherzare su quei rumori ch’egli sentiva durante la notte. Uno di essi disse: “Il Curato d’Ars non mangia e la sua testa canta; egli crede di sentire quei rumori”. Il povero Curato d’Ars accetta l’umiliazione senza dir nulla. E la notte successiva si fece un tale rumore che sembrava che la casa crollasse. Era soprattutto alla porta vetrata, che era, credo, la porta della stanza dov’era il Curato d’Ars, che si credeva fosse tutta spezzata. Questi signori si levano in tutta fretta, corrono per la casa per vedere quello che accadeva. Si giunse alla porta della stanza del Curato d’Ars che era tranquillamente coricato. Non si osò più prenderlo in giro. Uno disse: “Il Curato d’Ars è un santo”. Ed egli era rispettato. Non si può sapere tutto quello che è passato in quelle visite del demonio. Non si sa che quello ch’egli ha voluto dire o che altri ne sono stati i testimoni. Mi si è anche detto che un gendarme, passando la notte sotto la finestra della stanza del santo Curato, intese delle urla terribili. Occorre che un’anima sia ben grande poiché il demonio fa tanto per prenderla! Un giorno, un’altra posseduta, che aveva ogni tanto crisi di possessione – che oltre a ciò era perfettamente calma – si avvicina al confessionale del signor Curato per confessarsi; e quando giunse il suo turno, il signor Curato la pressava ad iniziare. Subito il demonio, parlando attraverso la bocca della posseduta, disse a voce alta (poiché tutti quelli che erano intorno al confessionale sentirono la conversazione): “Io non ho fatto che un peccato e faccio parte di questo bel frutto a tutti quelli che vogliono il demonio. Leva la mano, assolvimi! Tu la levi tante volte per me; io sono ben sovente con te nel confessionale. – Il signor Curato gli chiese in latino: chi sei? – Egli rispose: magister caput (il demonio). Rospo nero, quanto mi fai soffrire! (Il demonio lo chiama spesso rospo nero). Tu dici sempre che vuoi andartene. Perché non te ne vai? Perché non te ne vai ai grandi pranzi? – Non ne ho il tempo. – Gli altri lo hanno sempre. Perché predichi così semplicemente? Passi per un ignorante. La tua veste viola ti ha scritto. Gli ho fatto dimenticare una cosa che voleva dirti”. In effetti, il signor Curato ha detto dopo che aveva ricevuto una lettera dal suo vescovo, che non si poteva saperlo, che non l’aveva detto a nessuno. Il signor Curato: “Scriverò a Monsignore per farti uscire. Il Demonio: Io ti farò tremare la mano così che tu non possa scrivere. Ti avrò bene, ne ho vinti di ben più forti di te. Tu non sei ancora morto. Se non fosse la B. che è lassù – nominando la Santa Vergine con un nome grossolano – noi ti avremmo bene; ma ella ti protegge troppo. E quel grande dragone che è alla porta della chiesa (la cappella san Michele e dei santi Angeli, che è alla porta della chiesa)…”. Non mi ricordo ora tutto quel dialogo, ma credo che ciò sia il principale. Un’altra posseduta essendo giunta ad Ars non poteva sopportare la presenza del santo Curato. Egli fu pregato di venire nella casa dove lei alloggiava. Siccome lei era assente, egli si è nascosto passando ad una stanza a fianco. Si è andata a cercare la posseduta e, subito come si avvicina alla casa, senza che le si avesse detto nulla, ella gridava, non volendo avvicinarsi. “Non è lontano quel calottino”, ella diceva. Il Curato d’Ars non nega l’azione del demonio. Non rimette in causa la sua presenza agente nelle nostre vite. Ma la pone al suo giusto posto. Prima di tutto egli la ripone nella sua lotta contro Dio. In questa guerra, noi siamo il campo di battaglia e la posta in gioco. “Non bisogna credere che vi sia qualche luogo sulla terra dove noi possiamo sfuggire a questa guerra. Noi troveremo il demonio ovunque, ed ovunque egli cercherà di rapirci il cielo. Ma ovunque e sempre noi possiamo essere vincitori”. Il demonio è ovunque ma non come Dio, presente in tutte le cose per mantenerle nell’esistenza. La sua presenza è quella degli spiriti di cui si dice che sono presenti là dove essi agiscono. Egli rode cercando chi divorare (cfr 1 Pt 5, 8). Ovunque presente ma in quanto vinto. “Il demonio è ben sottile, ma non è forte: un segno di croce lo mette in fuga”. La sua presenza è relativa. Egli è l’eterno perdente perché l’uomo è salvato dalla morte e la Resurrezione di Cristo. E’ sottile perché osserva, scruta, i movimenti del cuore umano senza poter penetrare quello che Dio solo, il Creatore, può fare. “Il demonio è sempre intorno a noi che esamina in quale maniera possa tentarci”. E’ un grandissimo psicologo per spingere al peccato. Utilizza i nostri condizionamenti interiori ed esteriori per portarci a peccare. “Non agisce che all’esterno, sull’immaginazione e sui sentimenti dalle radici sensibili. La sua azione è d’altronde limitata dal permesso di Dio onnipotente” scrive il cardinale Cottier, anziano teologo della casa pontificia. Al panico irrazionale che il demonio suscita nei cuori attribuendogli più potenza di quanto non ne abbia, il Curato d’Ars ha risposto con uno spirito di sapienza teologica. Le idee ben a posto, egli è potuto restare nella pace e corrispondere serenamente all’opera di Dio in questa prova. Si può anche menzionare una certa sobrietà, nota caratteristica delle parole del santo su questo problema. Presso di lui nessuna grande descrizione dell’inferno. Egli ha cercato di formare i suoi parrocchiani al combattimento spirituale e ad insegnare loro la fede della Chiesa. Parlare del demonio, secondo la grande tradizione teologica e spirituale della Chiesa, non è certamente fonte di oppressione, di destabilizzazione come si dice comunemente. Dare dei fondamenti solidi è uno dei mezzi di lotta contro l’azione del demonio. Poiché il grappino ama le false idee su Dio. Egli è il bugiardo. Queste verità non fanno parte delle verità complicate della fede. A Monsignor Devie che gli chiedeva come aveva fatto per discernere l’azione del demonio egli rispose: “che aveva giudicato che fosse il demonio perché aveva paura e che il Buon Dio non fa paura”. Ecco una verità molto semplice! Ancora occorre saperla ed applicarla alla sua situazione. Un ultimo punto attrarrà la nostra attenzione. Il curato d’Ars ha vissuto queste vessazioni diaboliche in uno sguardo di fede. L’abate Toccanier testimonia che il santo Curato l’ha “assicurato che non aveva nessuna paura, a causa della grande fiducia che aveva in Dio”. La sua vita ha un centro. Questo è Dio di cui è certo. I simulacri del demonio si scontrano con un muro: la sua fiducia in Dio, ossia la sua speranza impregnata d’amore (è per questo che fu tanto attaccato sulla virtù teologale della speranza!). a quelli che gridano: “il demonio! Il demonio!”; i santi rispondono: “Gesù! Gesù!”. E’ questo sguardo di fede che conduce il santo Curato a porre in relazione queste diavolerie col suo ministero pastorale. “Oh, mi ci abituo. Non può nulla senza il permesso di Dio” affermava. Il permesso divino significa che quegli avvenimenti servono per la Sua gloria. Il Signore può trarre il bene da un male, lui che fa tutto contribuire al bene dei suoi amici (cfr Rm 8, 28). Don Vianney interpreta quest’azione del demonio come un indizio del buon cammino dell’evangelizzazione della sua parrocchia. “E’ in collera, è buon segno. Il demonio è ben cattivo, ma è ben bestia, poiché mi fa conoscere tutto il bene che si fa ad Ars”. Queste contrarietà del demonio sono un incoraggiamento! Egli sa volgere la situazione a suo vantaggio ed annientare così gli artifizi del demonio! Visto l’insieme di queste osservazioni è difficile concludere che il curato d’Ars fosse la vittima degli “effetti naturali di un cervello stanco”! il suo equilibrio sia spirituale che umano, la sua lettura riflessiva dei fenomeni, la sua prudenza, la sua pace, la sua dottrina illuminata sono tanti segni d’una buona salute ed anche d’una certa santità! Attraverso quelle manifestazioni, il demonio ha giocato con le sue paure e le sue fragilità psicologiche. Impedendogli di dormire (“Questa notte il grappino non mi ha lasciato chiudere occhio”), egli voleva fargli perder slancio. Voleva renderlo veramente pazzo!
don Marcello Stanzione
Tratto da : http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/consacrati/2034-san-giovanni-maria-vianney-e-il-demonio June 05 Per Conoscere meglio Suor Consolata Betrone
Gesù a suor Consolata: "Quando il tuo ultimo GESU', MARIA, VI AMO, sarà pronunziato, io lo raccoglierò e lo tramanderò a milioni di anime". Così aveva assicurato la "Voce". Questa profezia si è inspiegabilmente, miracolosamente avverata: milioni di persone, mormorando la giaculatoria insegnata da Gesù, ricordano suor Consolata Betrone, nonostante il succedersi veloce degli anni. L'ospite di un povero convento di Cappuccine oggi è conosciuta in tutto il mondo. Ospite di un giorno! Cos'è infatti agli occhi di Dio tutta una vita umana, se non una rapida giornata? La Madonna stessa ricorda a suor Consolata che è di passaggio a Moriondo: "Considerati pellegrina e forestiera". (N.d.R. Moriondo è una frazione di Moncalieri)
Anno 1929, 8 maggio: a mezzogiorno le suore scendono in chiesa per la solenne supplica alla madonna di Pompei. In questo giorno sacro a Maria, Mediatrice di tutte le grazie, ha inizio la vita meravigliosa di suor Consolata: "Alle otto di sera sono in cella. Ho l'impressione di un essere invisibile che mi passi accanto. Mi inginocchio sulla lettiera e mi sforzo di fare un atto di vero dolore dei miei peccati. E la luce divina incomincia ad illuminarmi e a mano a mano che mi rischiara, le tenebre fuggono. Dalla parte di dove viene la luce, vedo Gesù in atto di attesa. Lo vidi con gli occhi del corpo o dell'anima? Non potrei definirlo...".
E' malata grave, ma il suo amore verso l'Eucaristia non la trattiene dal recarsi in Chiesa. La Superiora, con molta saggezza, l'invita a ritornare in stanza ed ella obbedisce. S'è attardata nel locale dove le Cappuccine stanno sbucciando le castagne per la loro "lauta" cena. C'è pericolo di contagio. Un segno della Madre e la religiosa si allontana accompagnata da una consorella. Appena entrata in stanza, suor Consolata va verso la finestra e piange: "E' il Signore che mi prepara, quando sarò all'ospedale, a non avere la malinconia di venire a casa". Mormora queste parole con le braccia incrociate sul petto e gli occhi velati di lacrime, volti in alto.
Era la vigilia del primo venerdì del mese: alle undici di sera la Cappuccina è accanto al tabernacolo: "Ad un tratto tutto disparve dalla mia presenza. Gesù, il Cuore divinamente bello, immensamente bello, vidi, e una bimba di circa sei anni (l'anima mia). Gesù mi strinse al suo Cuore, mi fece magnifiche promesse. Passerai dalla cella al Paradiso... ti lascerò scendere sulla terra per farvi un bene immenso...". Erano le ventitre. Un'ora trascorse rapidissima. Alle ventiquattro una suora passa veloce a picchiare alle celle. Il colpo, dato ad ogni porta, rimbomba per i corridoi. Si accende la luce del "coro": sta per incominciare il Mattutino. termina l'estasi di suor Consolata: "Rinvenni col viso inondato di felicità e il primo pensiero fu: che sarà mai il Paradiso?".
Gesù le disse un giorno: "Mira la Vergine ai piedi della Croce, soffre, ma non un lamento, non si abbatte, nulla, nulla, nulla! Così ti voglio!".
Il tormento dell'appetito, soprattutto durante la guerra, si rivela però, a volte, come un gemito doloroso nelle pagine del diario: "La tentazione quasi continua di questo mese è stata sull'attacco a me stessa. E' la lotta di ogni passo. E trovo pace solo nel fare parti uguali per tutte e solo gioia quando, vincendo me stessa, dono il più alle altre e il meno a me. Il nemico chiede: la minestra che avanzi è per te... e allora mi affretto a fare il giro del refettorio e così la distribuisco. Le patate che avanzi sono per te e non hai nulla per colazione!... E allora mi affretto a nasconderle nel cassetto delle sorelle che lavorano nell'orto. Tu hai più bisogno di cibo delle tue sorelle che lavorano nell'orto! Tu hai più bisogno di cibo delle tue sorelle di impiego... ed allora faccio le parti uguali e le lascio scegliere. E così godo pace e amore. Ma guai se cedo". L'ascetica dell'appetito le aveva da tempo spiritualizzato il corpo.
Il Vangelo è pieno di peccatori che ritornano "violentemente" a Dio, confessando le proprie colpe. Il pubblicano si percuote il petto alla porta del tempio. Pietro esce fuori e piange amaramente. Zaccheo riceve inaspettatamente da Gesù la richiesta di ospitarlo in casa. Il capo dei pubblicani è sorpreso, un po' preoccupato e... "Vieni Maestro", gli risponde. Pensa però che è meglio aggiustare certe faccenduole di coscienza... "Senti Gesù" - gli dice - chiamandolo forse in disparte, perché non sentano orecchie indiscrete - "se ho rubato, renderò il quadruplo e metà dei miei beni li do ai poveri...". Bravo Zaccheo! Gesù gli annuncia che la pace è scesa nella sua casa. E' dolce, dopo una colpa, ritornare con violenza a Dio. Questa è umiltà: la gioia di sentirsi simpatici a Gesù come Pietro, come Zaccheo, il pubblicano e il Centurione che scende dal calvario picchiandosi il petto...
Chi però rapiva il cuore di suor Consolata era il buon ladrone. Così Gesù aveva parlato di lui: "Senti Consolata, se il buon ladrone, con le sue, avesse commesso anche le tue colpe, avrei forse cambiato sentenza?". "Oh no, caro Gesù. Tu avresti detto ugualmente: Oggi sarai con me in Paradiso". "Ebbene, una sera dirò lo stesso a te... Sai quando sono più contento? Quando tu imperterrita, sollevandoti su tutto, continui il tuo atto di amore... sollevandoti".
E quante volte? Settanta volte sette. E' facile al contrario per i... "quasi santi", cadere in una sottile vanità. C'è una certa malinconia di non essere santi, che è finissima superbia. Si soffre di non essere perfetti, non perché Dio sia privato di un intenso amore per l'eternità, ma perché "io... io" non sono santo! Poco importa che siano santi gli altri. Gli interessi stessi di Dio sono superati dalla vanità, portata sino alle vette.
Suor Giuseppina, che fa la spola tra ospedale e convento, porta notizie sempre più allarmanti. Suor Consolata ha ormai i giorni contatissimi. La Madre è sopra pensiero, perché il futuro la preoccupa. E se suor Consolata fosse santa? Lasciarla morire fuori monastero? No! E decise il ritorno della religiosa. 3 luglio 1946: quando l'autoambulanza si fermò a Moriondo, due infermieri collocarono la lettiga a terra. L'Abbadessa vide così la sua figliola, consumata sino all'impossibile: le labbra non coprivano più i denti. Si china a baciarla e scoppia a piangere. Tutte pensarono a Gesù, all'Uomo dei dolori, così come lo vide Isaia e ne descrisse la passione, ottocento anni prima degli Evangelisti. "Come un verme... non c'era più bellezza!".
Luglio arde: la cella è spalancata e una suora, tra la fessura della porta e dello stipite, osserva l'inferma che per ore e ore gira il rosario fra le dita esangui... Parve a tutti trasformata. Si moltiplicano e si affollano alla memoria i ricordi delle suore, che furono con lei in quegli ultimi giorni. Siamo ormai al Viatico. Rinnova la Professione religiosa nelle mani di Madre Immacolata e chiede in prestito l'abito per la sepoltura. Di fronte a questa vita straordinaria che si spegne, la Madre trepida e non teme di incidere più fortemente il bisturi nel cuore della morente. Ha paura di un'illusione nella sua figliola spirituale? "Suor Consolata, lei ha sempre agito in buona fede?". "Sì, ho sempre agito in buona fede! Ma abbandono ogni cosa nel Cuore di Gesù!".
L'Abbadessa è afflitta: sa di perdere un soggetto prezioso per la comunità, mentre altre suore sono pure gravemente ammalate. "Non pianga, - la rassicura la morente - io muoio, ma suor X e suor Y guariranno!". Suor X infatti guarirà, in seguito pare ad un'apparizione di suor Consolata, e suor Y ricupererà miracolosamente la salute a Lourdes.
Conclusione:
Suor Consolata avrebbe ricevuto più volte da Gesù la promessa che sarebbe andata direttamente in Paradiso. "No, Consolata, noi in Purgatorio non ci andremo, passeremo dalla cella al Cielo!". Era ciò che voleva suor Consolata: non un minuto prima, non un minuto dopo.
Fratello tipografo, finito di stampare il presente profilo, dovresti lasciare alcuni fogli in bianco per l'ultimo capitolo su suor Consolata. Dio solo, per ora, è in grado di leggere queste pagine senza inchiostro che narrano la storia futura della Cappuccina di Moriondo: le prime righe tuttavia, sono già state scritte.
Si parla di grazie, di ritorni di suor Consolata a Moriondo, a Torino Borgo Po. Pare che sia venuta dal cielo a pungere suor X e a guarirla dal morbo di Pot. "Fu in sogno o era sveglia? - le domando - Non lo so - risponde la religiosa - mi parve di vedere suor Consolata. Ebbi l'impressione che mi pungesse una, due, tre volte. Mi lamentai". "Ti faccio proprio male?", interrogò suor Consolata. L'inferma pianse di commozione, ma da quell'istante poté tenere eretta la testa, posizione che la malattia le impediva da molto tempo. Circa questo episodio esiste una dichiarazione di miglioramento insperato, rilasciato dal medico curante.
Altre volte la Cappuccina sarebbe scesa nel suo monastero. Così il 10 ottobre 1957, all'Ave Maria, sarebbe entrata silenziosa nella cella di suor Giacinta: passò lenta, solenne, con un abito nuovo sul braccio. La suora interpretò il fatto come un annuncio per il cielo. Poco dopo infatti moriva.
"Ma... sono donne!", direbbero gli increduli discepoli di Emmaus. I resti mortali di suor Consolata, il giorno 17 aprile 1958, ritornarono a Moriondo. Il Rev.mo Padre Generale dei Cappuccini celebrò la Messa da requiem. Così vuole la prudenza della Chiesa, che esige il "nero" anche per i morti in concetto di santità. Solo dopo l'esito positivo dei processi romani, la Chiesa depone il lutto per vestire paramenti di festa, ricordando i suoi figli migliori passati all'eternità: a noi tocca attendere. (...)
Il corpo della Cappuccina riposa nel suo monastero. Dove? Una suora, annunciandomi il trasporto della salma nel convento, si affanna a precisarmi il luogo della tumulazione: "Là di fronte all'entrata, di fianco alla porta d'ingresso della chiesa". "Non ho presente", rispondo. "Non ricorda? Sotto il quadro del Sacro Cuore!".
Ecco il posto di suor Consolata in terra e in Paradiso: accanto al Sacro Cuore di Gesù, vicino, vicino, vicino!
tratto da http://www.mariadinazareth.it/Santiebeati/suor%20Consolata%20Betrone%20(libro).htm June 04
Nessuno è escluso dall'amore di Cristo
di Inos Biffi
L'unità e indissolubilità del matrimonio e il non sposarsi "per il regno di Dio" rappresentano le due inattese e sorprendenti novità del Vangelo.
Annunciarle al mondo ebraico e soprattutto a quello pagano - sulla cui condotta abbiamo l'impressionante e realistica descrizione nel primo capitolo della lettera di Paolo ai Romani - significava proporre i principi e le norme che portavano a un rivolgimento inaudito e a un rinnovamento radicale.
La Chiesa, fedele alla Parola di Cristo, lo ha fatto dall'inizio, a partire non da un dialogo delle culture, che sarebbero state sorde e non avrebbero capito, ma da tre altre precise persuasioni: la prima, che quelle novità traducevano il disegno di Dio sull'uomo e attuavano una compiuta promozione umana; la seconda, che la trasmissione di quel Vangelo rappresentava un compito permanente e non volubile della predicazione cristiana; terzo, che quelle novità erano accompagnate dalla grazia, che sa toccare e convertire il cuore dell'uomo.
Ci soffermiamo qui sull'indissolubilità del matrimonio cristiano di fronte alla prassi del divorzio.
L'affermazione di Cristo è perentoria e inequivocabile: il ripudio era stato una condiscendenza alla "durezza del cuore", ma era contrario all'originario disegno di Dio sull'uomo e sulla donna: "All'inizio non fu così" (Matteo, 19, 8). Nel progetto del Creatore l'uomo e la donna nel matrimonio sono destinati a formare "una sola carne", per cui l'uomo non deve dividere quello che Dio ha congiunto.
Di conseguenza - dichiara Gesù - "chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio" (Matteo, 19, 9). E vale sia per l'uomo sia per la donna: "se questa, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio" (Marco, 10, 12).
Nelle attuali discussioni, vivaci e non raramente confuse anche all'interno della Chiesa, il primo punto, che importa richiamare senza incertezze, riguarda precisamente questa indissolubilità.
Deve, cioè, emergere che il divorzio, cioè il risposarsi, contrasta con la volontà di Gesù e che esso non corrisponde al progetto divino o alla ragione per la quale sono stati creati l'uomo e la donna. In altre parole, un matrimonio dissolubile contraddice e infrange quel disegno "iniziale" al quale Cristo ha inteso ricondurre perentoriamente chi scelga di essere suo discepolo. Certo, uno è libero di non diventare discepolo di Cristo ma, se lo diviene, non può concepire un proprio e differente modello di sponsalità.
Ciò che oggi appare più grave e preoccupante non sono, tuttavia, dei comportamenti di infedeltà, ma la pretesa di una professione cristiana che si accompagni con l'annebbiamento o la contestazione relativa al tassativo principio dell'indissolubilità del matrimonio, nella persuasione che un allentamento di tale indissolubilità sia segno da parte della Chiesa di maggiore umanità, rispetto a una concezione - quella stessa di Cristo - che sarebbe troppo severa e immisericordiosa.
Certo l'indissolubilità del matrimonio non è compiutamente comprensibile fuori dal Vangelo; essa suscita istintivamente sorpresa e reazione.
Del resto, alla sua proposizione da parte di Cristo i discepoli non mancarono di reagire: "Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (Matteo, 19, 10). Ma non per questo egli corregge il suo progetto. In ogni caso, l'essere "una sola carne" è il suggello che contrassegna l'unione sponsale del cristiano, cioè del credente, il quale la considera secondo il giudizio di Cristo e quindi secondo la sensibilità della fede. Al declinare della fede non stupisce che succeda fatalmente anche il rigetto di questa prerogativa del matrimonio, strettamente connesso con il contenuto del Credo cristiano.
La prima pastorale della Chiesa verso i divorziati - ossia i cristiani validamente sposati che hanno contratto un altro vincolo coniugale - e la prima comprensione verso quanti di loro hanno sinceramente a cuore la loro fede cristiana non può consistere in una giustificazione del divorzio, ma, all'opposto, deve richiamare e far comprendere, con una attenzione illuminata, innanzi tutto il valore dell'indissolubilità.
Questo non vuol dire indifferenza di fronte a situazioni non di rado estremamente complesse, soprattutto quando al divorzio sia seguita la formazione di altri nuclei familiari, con la presenza di figli, che hanno il diritto di avere e di sentire vicini il padre e la madre.
Una sapiente attenzione a tali situazioni saprà sostenere, consigliare e anche confortare, con prudente e delicato discernimento, e con soluzioni variabili a seconda dei casi, lasciando a Dio il giudizio sulle singole responsabilità: una grossolana durezza o uno sbrigativo trattamento non sono mai evangelici, come non lo è l'insensibilità a tante sofferenze che spesso si ritrovano in matrimoni venuti meno.
Ma in tutto questo dovrà sempre risaltare senza esitazione il matrimonio indissolubile come il solo conforme al Vangelo, e di conseguenza la scelta e lo stato del divorzio come scelta e stato, dal profilo cristiano ed ecclesiale, anomali, in se stessi affatto difformi dal disegno sponsale voluto da Dio e rivelato da Gesù Cristo. In sintesi, la via irrinunciabile per il risanamento in senso cristiano del matrimonio è di ribadirne l'indissolubilità e di richiamare il Vangelo.
Si tratta, infatti, di comprendere che essa non è pura proibizione e costrizione.
L'apostolo Paolo insegna che l'"essere una sola carne" dell'"inizio" prefigurava e anticipava il mistero della sponsalità stessa di Cristo nei confronti della Chiesa (Efesini, 5, 31-32). Il matrimonio, nella sua divina progettazione, fu da subito una profezia e un anticipo di questo legame di amore per la Chiesa, che Gesù ha consumato sulla Croce e che è destinato a segnare lo stato sponsale dei suoi discepoli. Anzi, lo stesso matrimonio non cristiano - o naturale, come si dice, che ha la sua validità e il suo valore - è in condizione di incompiutezza, di sofferenza e di obiettiva aspirazione, fin che non si converta e non si risolva nel matrimonio che Cristo ha definito come appartenente alla sua fondazione divina "iniziale". Solo che per questo sono necessarie la fede per accoglierlo e la grazia, che è mediata dal sacramento, per viverlo.
Com'è noto, è oggi motivo di animate discussioni la comunione ai divorziati risposati.
Ma, per comprendere i termini della questione, importa anzitutto mettere in luce il valore sia della comunione eucaristica sia dell'appartenenza alla Chiesa, ed è proprio quanto ci sembra sia largamente disatteso e assente sia nella considerazione dei fedeli sia anche talora in quella di pastori, che invece per primi dovrebbero farne oggetto di riflessione.
La comunione eucaristica non consiste in un semplice conforto religioso, in una specie di gratificazione spirituale, o in una iniziativa lasciata al singolo cristiano, che certamente non cessa, anche se divorziato, di far parte della Chiesa, o in un diritto da lui rivendicabile.
Da un lato, la comunione eucaristica rappresenta la più intima unione con il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, la sua assunzione sacramentale (cioè reale), il pieno consenso alla sua volontà, il compimento e la perfezione del rapporto con lui.
Dall'altro lato, la condizione del divorziato - da distinguere nettamente dalla colpa dell'infedeltà, che può essere perdonata - come ogni peccato - dice uno stato di evidente contrasto rispetto al piano divino di matrimonio da lui rivelato e voluto per i suoi discepoli e in cui l'indissolubilità è intrinsecamente inclusa. È esattamente questa antinomia tra la condizione del divorziato e il contenuto dell'Eucaristia che dev'essere anzitutto rilevata.
Ma anche il valore e il significato dell'appartenenza ecclesiale sono abitualmente trascurati nella questione della comunione ai divorziati.
La partecipazione alla mensa eucaristica comporta e manifesta il proprio essere pienamente nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. Eucaristia e Chiesa si implicano reciprocamente.
Vanno, al riguardo, ribadite con chiarezza due cose.
La prima: che il divorziato non si trova escluso dalla Chiesa, non solo perché la Chiesa in varie forme lo prende a cuore e prega per lui, ma anche perché lui stesso è chiamato a pregare, anzi a prender parte all'orazione della Chiesa nell'assemblea liturgica.
La seconda: che, a motivo del divorzio, per altro oggetto di una sua libera scelta, il divorziato si trova in una situazione ecclesialmente ed eucaristicamente dissonante. Né deve stupire che si affermi, per un verso, che non deve tralasciare l'assemblea eucaristica senza che, per l'altro verso, riceva il Corpo e il Sangue del Signore.
La tradizione della Chiesa conosce queste forme ridotte di partecipazione: i catecumeni, per esempio, non partecipavano a tutta la celebrazione; la categoria dei penitenti a sua volta si asteneva, in attesa che, compiuto l'itinerario penitenziale, ricevendo l'Eucaristia rientrassero in piena comunione con la Chiesa.
Vi è poi la comunione spirituale, ossia di desiderio, assai fraintesa e quasi resa insignificante, ma a cui san Tommaso riconosceva una grandissima efficacia per il raggiungimento dello stesso frutto ultimo - o della "realtà" (res) - dell'Eucaristia.
La non ammissione alla comunione sacramentale tiene viva nella coscienza della Chiesa che il divorzio è in contrasto radicale con l'immagine che Cristo ha del matrimonio; che l'ammorbidirne la radicalità è la via sbagliata per restaurare questa immagine e rinnovare in senso evangelico la famiglia.
E, d'altronde, a nessuno, nella misura della sua buona volontà, è lasciata mancare la grazia della misericordia e della salvezza.
Non si tratta di essere convenzionali o anticonvenzionali, ma semplicemente di sapere che cos'è per un cristiano l'Eucaristia, la quale non è un bene o una proprietà di cui il sacerdote possa disporre.
L'atteggiamento della Chiesa era già enunciato chiaramente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in una Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica: i divorziati che si sono risposati civilmente "si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione".
Al clero di Aosta, il 25 luglio 2005, Benedetto XVI diceva: "Partecipare all'Eucaristia senza comunione eucaristica non è uguale a niente, è sempre essere coinvolti nel mistero della Croce e della risurrezione di Cristo. È sempre partecipazione al grande Sacramento nella dimensione spirituale e pneumatica; nella dimensione anche ecclesiale se non strettamente sacramentale". E aggiungeva: "Occorre, dunque, fare capire che anche se purtroppo manca una dimensione fondamentale tuttavia essi non sono esclusi dal grande mistero dell'Eucaristia, dall'amore di Cristo qui presente. Questo mi sembra importante, come è importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l'inscindibilità del Sacramento e, dall'altra parte, che amiamo queste persone che soffrono anche per noi. E dobbiamo anche soffrire con loro, perché danno una testimonianza importante, perché sappiamo che nel momento in cui si cede per amore si fa torto al Sacramento stesso e l'indissolubilità appare sempre meno vera".
Qualcuno potrebbe notare che queste nostre sono riflessioni troppo impegnative per i fedeli. In verità sono riflessioni semplicemente contenute nel messaggio cristiano, che devono far parte dell'abituale predicazione e catechesi della Chiesa, occupata anzitutto nella pastorale del matrimonio indissolubile.
L'Osservatore Romano - 29 maggio 2009 June 02
Messaggio dato a Mirjana
«Cari figli! Il mio amore cerca il vostro amore totale e incondizionato che non vi lascerà identici, ma vi cambierà e vi insegnerà la fiducia in mio Figlio. Figli miei, col mio amore io vi salvo e vi rendo veri testimoni della bontà di mio Figlio. Perciò, figli miei, non abbiate paura di testimoniare l’amore nel nome di mio Figlio. Vi ringrazio». Mentre la Madonna se ne andava, Mirjana ha visto una croce e al centro della croce un cuore con una corona di spine intorno ad esso. La Madonna non era triste.
May 30 
Pentecoste: la vitalità della vita
di padre Angelo del Favero*
ROMA, venerdì, 29 maggio 2009 (ZENIT.org).- “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2,1-4).
La parola “pentecoste” viene dal greco “pentekosté”, che significa “cinquantesimo”. La festa della Pentecoste, in origine, era una festa contadina, legata alla fine della mietitura: si ringraziava Dio per il buon raccolto e gli si offriva il primo pane fatto con la nuova farina, oltre ad un olocausto, un’oblazione e libagioni di vino (cfr Lv 23,15-22). Successivamente la festa fu collegata da Israele alla storia della salvezza, e divenne “il giorno del dono della Torah”, memoriale dell’alleanza conclusa al Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto.
In Atti 2,1-11, Luca fa coincidere questa festa ebraica con un fatto straordinario accaduto nel Cenacolo: mentre volgeva al termine la commemorazione della Pentecoste antica, ecco accadere qualcosa di impressionante ed inatteso, un’irresistibile manifestazione di forza e di ardore, come un big-bang di vita divina che irrompe nella casa ed entra nelle persone traboccando incontenibilmente dai loro cuori. E’ lo Spirito del Risorto che aveva detto e promesso “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
E’ il dono della “Nuova Alleanza” preannunciata dai profeti (cfr Ez 16,59-63), consistente nella trasformazione dell’infedeltà in fedeltà, della debolezza in forza, della durezza sorda del cuore nella docilità accogliente del cuore nuovo (il cardiotrapianto come unica soluzione per l’inguaribile “sclerocardia”).
Ma come avvenne realmente allora, e come avviene oggi per noi la “pentecoste” dello Spirito Santo? Giovanni Paolo II lo ha spiegato così in un’omelia del 25 maggio 1980: “Noi abbiamo il diritto, il dovere e la gioia di dire che la Pentecoste continua. Noi parliamo legittimamente di 'perennità' della Pentecoste. Sappiamo, infatti, che 50 giorni dopo la Pasqua, gli apostoli, riuniti in quello stesso Cenacolo, che già era stato il luogo della prima Eucaristia e successivamente, del primo incontro con il Risorto, scoprono in sé la forza dello Spirito Santo disceso sopra di loro, la forza di Colui che il Signore aveva loro ripetutamente promesso a prezzo del suo patire mediante la croce e, forti di questa forza, cominciano ad agire, cioè a compiere il loro servizio. Nasce la Chiesa apostolica . Ma oggi ancora – ecco il collegamento – la basilica di San Pietro, qui in Roma, è come un prolungamento, è una continuazione del primitivo cenacolo gerosolimitano, come lo è ogni tempio e cappella, come lo è ogni luogo, nel quale si riuniscono i discepoli del Signore”.
Queste ultime parole richiamano il celebre passo paolino di 1Cor 3,16-17: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio che siete voi”. Il “Tempio di Dio” è anzitutto la comunità cristiana, ogni comunità dei credenti: la chiesa particolare, la parrocchia, la comunità religiosa, la famiglia “chiesa domestica”. Di ognuna lo Spirito è e vuole essere come l’anima nel corpo: principio di comunione e di unità nella fede e nell’amore vicendevole.
Colpisce in questo testo il severo monito di Paolo: colui che infrange il dono divino dell’amicizia fraterna, quasi strappasse un tessuto rendendolo totalmente inservibile, andrà incontro anche alla rovina della sua anima, del suo rapporto con Dio. Non si tratta di una sorta di rappresaglia divina, bensì delle inevitabili conseguenze del peccato contro l’unità spirituale e profonda della comunità di cui ognuno è tralcio: se si impedisce allo Spirito di mantenere le membra in comunione fra loro, tutto il corpo risulta smembrato a morte, come in un aborto volontario. Questo è un “omicidio” comunitario, essendo la comunità ecclesiale come un solo uomo; ma è anche un suicidio per il responsabile, dal momento che la sua vita di membro-tralcio è inseparabile dal corpo-vite.
Tutto ciò vale anche per il singolo credente, anch’egli “Tempio di Dio”. Sin dal concepimento, infatti, l’uomo è un grembo “capace” di Dio, creato per divenirne tempio: “Per natura e per vocazione, l’uomo è un essere religioso, capace di entrare in comunione con Dio. Questo intimo e vitale legame con Dio conferisce all’uomo la sua fondamentale dignità” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2 del Compendio). Con il battesimo il grembo-uomo si ingravida di Dio, diventando “madre” di Dio dal momento in cui la Trinità viene a dimorare in lui per costituirlo realmente “Figlio di Dio” (1Gv 3,1). E come un papà ed una mamma sostengono i primi passi del loro bambino perché non cada, così Dio Spirito aiuta l’uomo a non cadere mentre cammina sul terreno accidentato della vita: “Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne” (Gal 5,16).
Ed ecco come avviene questo cammino al passo dello Spirito Santo: “Il cristiano è un uomo al quale Cristo ha comunicato il suo Spirito; la sua vita è una vita nello Spirito; e il dono che ha ricevuto è ad un tempo ecclesiale e personale. In principio, a Gerusalemme, l’esperienza dello Spirito si fece nella comunità (la Pentecoste) e questa esperienza “sociale” è alla base di tutte le esperienze cristiane individuali. Non c’è esperienza dello Spirito separato, rinchiusa nei limiti di una individualità. Per quanto personale e profonda possa essere sarà sempre ecclesiale. D’altra parte non si dirà mai abbastanza quanto è profonda e personale l’azione dello Spirito sull’uomo rigenerato. E’ letteralmente una trasformazione.
Prima di ricevere il dono dello Spirito, l’uomo è un’anima senza forza; è vinto dalla carne e dal peccato, tiranneggiato dal male e dallo spirito cattivo. Dopo l’invasione dello Spirito è trasformato. Da allora lo spirito umano naturale è lo spirito visitato, purificato, vitalizzato nella sua profondità dallo Spirito Santo; è lo spirito naturale elevato dal battesimo all’ordine dell’essere e dell’agire soprannaturali, cioè divinizzato dalla forza dello Spirito nella sua potenza di amare, di comprendere, di agire.
L’uomo rigenerato dallo Spirito è diventato uno spirituale. Ma lo è solo in germe, e non può ancora fare l’esperienza dello Spirito. Bisognerà che da bambino quale è, diventi uomo adulto “Perfetto” nel senso paolino (cfr 1Cor 2,6s). L’uomo maturo, a differenza del bambino, ha l’esperienza della vita; il cristiano perfetto, a differenza del bambino-nello-spirito, ha l’esperienza delle cose di Dio.
Non è l’uomo che ha tutte le virtù, che non prova più la lotta della carne e dello spirito, no: è colui che non cede più, normalmente, alle forze carnali, ed è normalmente docile ai richiami dello Spirito. Ha sviluppato nella lotta il suo organismo spirituale, si è allenato, è cresciuto, è adulto. Siccome è fedele, è diventato capace di comprendere il mistero di Dio, di discernere il bene dal male, di sentire e seguire l’invito dello Spirito, di crescere all’infinito. E’ capace di fare l’esperienza delle cose di Dio, l’esperienza dello Spirito. Segue solo lo Spirito, cammina nello Spirito, esiste nello Spirito.
E’ per aver accolto la Parola che si è ripieni dello Spirito e messi sotto la sua influenza: la fede nella Parola è la porta d’ingresso della vita nello Spirito. Soltanto con l’obbedienza alla Parola si può vivere nello Spirito” (Jean Mouroux, L’esperienza cristiana, cap. V).
Quest’ultima affermazione descrive anzitutto Colei che all’annuncio dell’Angelo ebbe la grazia e la forza di dire “Avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).
Lo Spirito che discese su Maria a Nazaret è lo stesso Spirito che scese sulle acque all’alba della Creazione (cfr Gen 1,2), ed è lo stesso che discenderà su di Lei e gli apostoli nel Cenacolo. Ogni concepimento nel grembo rinnova questi tre momenti dello Spirito Creatore.
Ascoltiamo le parole di Benedetto XVI, il 14 maggio scorso nel Santuario dell’Annunciazione di Nazaret: “L’Incarnazione è stata un nuovo atto creativo. Quando nostro Signore Gesù Cristo fu concepito per opera dello Spirito Santo nel seno verginale di Maria, Dio si unì con la nostra umanità creata, entrando in una permanente nuova relazione con noi e inaugurando una nuova Creazione. (…) Il riflettere su questo gioioso mistero ci da’ speranza, la sicura speranza che Dio continuerà a condurre la nostra storia, ad agire con potere creativo per realizzare gli obiettivi che al calcolo umano sembrano impossibili. Questo ci sfida ad aprirci all’azione trasformatrice dello Spirito Creatore che ci fa nuovi, ci rende una sola cosa con Lui e ci riempie con la sua vita. Ci invita, con squisita gentilezza, a consentire che Egli abiti in noi, ad accogliere la Parola di Dio nei nostri cuori, rendendoci capaci di rispondere a Lui con amore e di andare con amore l’uno verso l’altro”.
Ogni umano concepimento è un atto creativo di Dio, nel quale si compie ogni volta questa Parola: “Mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (cfr Salmo 104,30). Annuncia che ogni creatura vivente dipende da Dio, così come la vita dipende dall’atto del respiro. Ma mentre nella fisiologia del corpo la capacità di respirare è autonoma, nella “fisiologia” dell’essere l’esistenza non è autonoma, ma viene elargita istante per istante da Dio, Fonte increata della vita, come nella lampadina la luce viene dalla corrente elettrica.
La parola ebraica usata per indicare lo Spirito traduce sia “soffio di vento” (At 2,2), sia “respiro della vita” ( Gen 2,7): entrambi i significati dicono la vitalità della vita. Allora non è difficile comprendere la Pentecoste a partire dalla quotidiana esistenza. La vita, infatti, è in noi sempre, ma non sempre è in noi la gioia e la forza interiore della vita, la quale dipende dal grado della comunione con Dio, cioè dal dono dello Spirito Santo. La vitalità della vita non coincide con la forza della giovinezza, ma con la pienezza della grazia santificante. Essa è la gioia di vivere, quella vera, quella propria di Gesù-Vita: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (cfr Gv 15,11).
Così la festa della Pentecoste è profondamente legata al dono della vita e alla sua verità per ogni uomo sulla terra. Questa è la verità della creazione e della redenzione, verità sull’uomo, sul male del mondo e sulla salvezza che ne è l’ultima parola: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, Egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (cfr Gv 15,26-27).
Come a dire che lo Spirito farà emergere dall’intimo dell’uomo la verità sulla sua vita, verità che il Creatore stesso gli ha comunicato nell’essere personale. Lo fa intendere chiaramente l’enciclica Evangelium Vitae: “La vita porta indelebilmente inscritta in sé una sua verità. L’uomo, accogliendo il dono di Dio, deve impegnarsi a mantenere la vita in questa verità, che le è essenziale. Distaccarsene equivale a condannare se stessi all’insignificanza e all’infelicità, con la conseguenza di poter diventare anche una minaccia per l’esistenza altrui, essendo stati rotti gli argini che garantiscono il rispetto e la difesa della vita, in ogni situazione” (n. 48).
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.
Tratto da www.zenit.org
May 15 
L'atto di abbandono
(contro le ansie e le afflizioni)
Don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano vissuto e morto in concetto di santità ha scritto questo insegnamento sull'abbandono in Dio ispiratogli da Gesù stesso:
Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l 'effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. abbandonarsi a me non significa arrovellassi, sconvolgersi e disperarsi,volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi e cambiare così l'agitazione in preghiera.
Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell'anima, stornare il pensiero della tribolazione,e rimettersi a me perché io solo vi faccia trovare,come bimbi addormentati nelle braccia materne, all'altra riva.
Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo e volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge. Quante cose io opero quando l'anima, nelle sue necessità spirituali e in quelle materiali si volge a me, mi guarda e dicendomi “PENSACI TU” chiude gli occhi e riposa!
Avete poche grazie quando vi assillate per produrle; ne avete moltissime quando in preghiera c'e un affidamento pieno a me; Voi nel dolore pregate perché lo tolga, ma perché lo tolga come voi credete Vi rivolgete a me, ma volete che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma che gliela suggeriscono.
Non fate così ma pregate come vi ho insegnato nel Pater. “SIA SANTIFICATO IL TUO NOME”, cioè sii glorificato in questa mia necessità. “VENGA IL TUO REGNO” Cioè tutto concorra al tuo regno in noi e nel mondo: “ SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ'” ossia pensaci tu.
Io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco tu vedi che il malanno incalza invece di decadere ? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia “Sia fatta la tua volontà, pensaci tu.
Ti dico che io ci penso, e che intervengo come medico, e compio anche un miracolo quando occorre. Tu vedi che l'infermo peggiora? Non ti sconvolgere, ma chiudi gli occhi e di “PENSACI TU”. Ti dico che io ci penso.
E' contro l'abbandono la preoccupazione, l'agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto. E' come la confusione dei fanciulli quando pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci loro, intralciando con le loro idee e con i loro capricci infantili il suo lavoro.
Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia,chiudete gli occhi e lasciatemi lavorare, chiudete gli occhi e non pensate al momento presente, stornate il pensiero dal futuro come da una tentazione. Riposate in me credendo alla mia bontà, e vi giuro per il mio amore, che dicendomi con queste disposizioni: “ PENSACI TU”, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero , vi conduco.
E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia, poiché non c'è medicina più potente di un mio intervento in amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi.
Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane,o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E' questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh come desidero io da voi questo abbandono per beneficarvi e come mi accoro nel vedervi agitati!
Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in preda delle iniziative umane. Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto .Io faccio miracoli in proporzione del pieno abbandono in me,e del nessun affidamento in voi: io spargo tesori di grazie quando voi siete nella piena povertà !
Se avete vostre risorse, anche in poco, o se le cercate, siete nel campo naturale, seguite quindi il percorso naturale delle cose che e spesso intralciato da satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi.
Opera divinamente chi si abbandona a Dio. Quando vedi che le cose si complicano, di con gli occhi dell'anima chiusi “ GESÙ PENSACI TU”
E distraiti, perché la tua mente è acutaper te è difficile vedere il male. Confidare in me spesso, distraendoti da te stesso. Fa così per tutte le tue necessità. Fate così tutti, e vedrete grandi continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio amore. Io ci penserò, ve lo assicuro.
Pregate sempre con questa disposizione di abbandono,e ne avrete sempre grande pace e grande frutto, anche quando io vi faccio la grazia dell'immolazione di riparazione e di amore che impone la sofferenza. Ti sembra impossibile?
Chiudi gli occhi e di con tutta l'anima “ GESÙ PENSACI TU” Non temere ci penso io .
E tu benedirai il mio nome umiliando te stesso. Le tue preghiere non valgono un patto di fiducioso abbandono; ricordali bene. Non c'è novena più efficace di questa:
“OH GESÙ MI ABBANDONO IN TE PENSACI TU”
“ABBANDONATI AL MIO CUORE..E VEDRAI”
Voglio che tu creda nella mio onnipotenza, e non nella tua azione: che tu cerchi di mettere in azione Me, non te negli altri.
Tu cerca la mia intimità, esaudisci il mio desiderio di averti, di arricchirti di amarti come voglio. Lasciati andare,l lasciami riposare in te, lasciami sfogare su di te continuamente la mia onnipotenza.
Se tu rimarrai vicino a me e non ti preoccuperai di fare per conto tuo, di correre per uscire, per dire di avere fatto, mi dimostrerai che credi nella mia onnipotenza e io lavorerò intensamente con te quando parlerai, andrai, lavorerai, starai in preghiera o dormirai perchè ai miei diletti dò il necessario anche nel sonno (salmo 126).
Se starai con me senza voler correre , non preoccuparti di cosa alcuna per te, ma la rimetterai con totale fiducia a me, io ti darò tutto quello che ti necessita, secondo il mio disegno eterno.
Ti darò i sentimenti che voglio da te, ti darò una grande compassione verso il tuo prossimo e ti farò dire e fare quello che vorrò.
Allora la tua azione verrà dal mio Amore. Io solo, non tu con tutta la tua attività, potrò fare dei figli nuovi che nascono da Me. Io ne farò tanti di più quanto più tu vorrai essere un vero figlio quanto il mio Unigenito, perché lo sai che “se farai la mia volontà mi sarai fratello, sorella e madre” per generarmi negli altri, perché io produrrò nuovi figli, servendomi di veri figli.
Quello che tu farai per riuscire è tutto fumo in confronto a quello che faccio Io nel segreto dei cuori per quelli che amano. ”Rimanete nel mio amorese rimarrete in me e rimangono in voi le mie parole, chiedete quello che volete e vi sarà dato”(Gv. 15)April 10 Pubblico la meditazione della V stazione della Via Crucis che questa sera il Santo Padre Benedetto XVI presiederà al Colosseo :
V STAZIONE
Gesù è giudicato da Pilato
Dal vangelo secondo Luca (23,22-25)
Pilato, per la terza volta, disse loro: <<Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà>>. Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.
Meditazione
Non era la giustezza di una questione che importava a Pilato, ma i suoi interessi professionali. Un simile atteggiamento non lo aiutò ne in questo caso ne nella sua successiva carriera. Egli così dissimile d aGesù, che l'interiore rettitudine rendeva intrepido.
E Pilato non era interessato neanche alla verità. Si allontana da Gesù esclamando:"Che cos'è la verità?".
Una tale indifferenza nei confronti della verità non è oggi infrequente. La gente spesso si preoccupa di ciò che procura una soddisfazione immediata. Ci si accontenta di risposte superficiali. Si prendono decisioni non sulla base di principi di integrità,ma di considerazioni opportunistiche. Non scegliendo opzioni moralmente responsabili, si danneggiano gli interessi vitali della persona umana e della famiglia umana. Preghiamo affinchè le "concezioni spirituali ed etiche", contenute nella Parola di Dio, ispirino le norme di vita della società nei nostri tempi.
Preghiera
Signore, dacci il coraggio di assumere decisioni responsabili quando rendiamo un servizio pubblico. Infondi probità nella vita pubblica ed aiutaci a "conservare la fede e una buona coscienza".
Signore, tu sei la sorgente di ogni Verità. Guidaci nella nostra ricerca di risposte ultime. Fà che, lasciandoci alle spalle spiegazioni solo parziali e incomplete,possiamo ricercare ciò che è permanentemente vero, bello e buono. Signore, mantienici intrepidi davanti "alle sassate ed alle frecce dell'oltraggiosa fortuna". Quando le ombre si addensano sui pesanti cammini della vita e sopraggiunge la notte oscura, rendici capaci di ascoltare l'insegnamento dell'apostolo Paolo:"Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti".
Mmm sbaglio o questo signore mi guarda in cagnesco??? hihihi è solo un foto bello !!!! 
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