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June 25 Messaggio di Medjugorie del 25 giugno 2009"Cari figli,
gioite con me, convertitevi nella gioia e ringraziate Dio per il dono della mia presenza in mezzo a voi. Pregate che nei vostri cuori Dio sia al centro della vostra vita e testimoniate con la vostra vita, figlioli, affinchè ogni creatura possa sentire l’amore di Dio. Siate le mie mani tese per ogni creatura, affinchè ognuna si avvicini al Dio dell’amore. Io vi benedico con la materna benedizione. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."
Grazie Mamma di essere qui con noi..spero vivamente di poter ritornare al più presto in quella terra benedetta da Dio che è Medjugorie !!! June 10 SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY E IL DEMONIOBenedetto XVI ha indetto a conclusione dell’anno dedicato a san Paolo, un anno sacerdotale durante il quale egli proclamerà San Giovanni Battista Maria Vianney, conosciuto anche come il santo curato d’Ars, patrono di tutti i sacerdoti del mondo. Il curato d’Ars per la gran mole di lavoro apostolico che realizzava per il bene delle anime, ovviamente non poteva non attirare le ire dell’Inferno, infatti fu spesso molestato dai diavoli senza dare loro il minimo appiglio; i diavoli infatti facevano rumori spaventosi lanciando forti urla dall’interno della sua canonica. Talvolta i demoni lo picchiavano lasciando sul suo corpo delle lividure visibili; uno di questi demoni era da lui chiamato scherzosamente “le Grappin”. Nella stanza del santo , Gesù, la Madonna e gli angeli venivano ad assisterlo nelle sue lotte contro il “Grappino”. Un maresciallo della gendarmeria, Napoly, venuto a cercare l’abate Vianney di notte, davanti alla ...
... porta della canonica udì voci minacciose. Quando il curato apparve con la sua lanterna: “non è nulla, disse, è il grappino”, poi vedendo che il gendarme tremava dalla fifa, lo prese per mano e lo accompagnò fino dinnanzi la chiesa. Una sera, sulla piazza d’Ars, una donna che dicevano ossessa, denunciava le colpe di coloro che l’attorniavano. All’avvicinarsi del sacerdote, gridò furiosa: “Non ci sei che tu a cui non posso rimproverare nulla”, Ma subito ricredendosi affermò: “Eppure si. Nel tempo in cui lasciasti l’esercito, Vianney, quel giorno che faceva così caldo, sei passato davanti a una vigna, ci sei entrato per prendere l’uva. Hai rubato, Vianney”. “E’ vero, diss’egli, avevo così sete, ho preso un grappolo, ma prima di lasciare la vigna, me ne ricordo, per risarcire il proletario del danno, ho posato un soldo vicino al ceppo. Grappino nascosto nel corpo di questa infelice, tu non dici tutto!”. Caterina Lasagne, una delle collaboratrici più vicine al sacerdote, scrive nei suoi ricordi: “[…] Lo stesso anno in cui il Signor Curato si disponeva a fondare una scuola per le ragazze, credo sia verso l’anno 1824, noi eravamo a quel tempo presso le religiose di San Giuseppe a Fareins con Benedetta Lardet, per la nostra istruzione. E quando sono ritornata il sabato, come facevamo sempre per passare la domenica ad Ars, mi hanno raccontato che il signor Curato provava molte noie a causa di rumori che sentiva alla canonica durante la notte. Si pensava che fossero dei ladri, o qualcuno che voleva fare del male al signor Curato. Allora molti giovani si sono armati di fucili per custodirlo, gli uni come sentinelle al campanile, altri al presbiterio. Un giovane chiamato Verchère (fabbro ad Ars) era nella stanza vicina a quella in cui era il Signor Curato, quando improvvisamente, durante la notte intese un rumore spaventoso. Sembrava che facesse a pezzi un armadio che era nella stessa stanza. Il povero ragazzo spaventato corre in tutta fretta verso la stanza di Don Vianney e lo chiama. Ecco come lo raccontava il santo Curato: “Il mio caro Verchère non pensava più che aveva un fucile, si credeva perduto”. Una notte che era caduta della neve, non si videro le tracce di nessuno. Allora Don Vianney comprese che non erano dei ladri, rinviò le sue guardie e rimase solo nel combattimento. don Marcello Stanzione
Tratto da : http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/consacrati/2034-san-giovanni-maria-vianney-e-il-demonio June 05 Suor Consolata BetronePer Conoscere meglio Suor Consolata Betrone
Chi però rapiva il cuore di suor Consolata era il buon ladrone. Così Gesù aveva parlato di lui: "Senti Consolata, se il buon ladrone, con le sue, avesse commesso anche le tue colpe, avrei forse cambiato sentenza?". "Oh no, caro Gesù. Tu avresti detto ugualmente: Oggi sarai con me in Paradiso". "Ebbene, una sera dirò lo stesso a te... Sai quando sono più contento? Quando tu imperterrita, sollevandoti su tutto, continui il tuo atto di amore... sollevandoti". E quante volte? Settanta volte sette. E' facile al contrario per i... "quasi santi", cadere in una sottile vanità. C'è una certa malinconia di non essere santi, che è finissima superbia. Si soffre di non essere perfetti, non perché Dio sia privato di un intenso amore per l'eternità, ma perché "io... io" non sono santo! Poco importa che siano santi gli altri. Gli interessi stessi di Dio sono superati dalla vanità, portata sino alle vette.
L'Abbadessa è afflitta: sa di perdere un soggetto prezioso per la comunità, mentre altre suore sono pure gravemente ammalate. "Non pianga, - la rassicura la morente - io muoio, ma suor X e suor Y guariranno!". Suor X infatti guarirà, in seguito pare ad un'apparizione di suor Consolata, e suor Y ricupererà miracolosamente la salute a Lourdes.
Suor Consolata avrebbe ricevuto più volte da Gesù la promessa che sarebbe andata direttamente in Paradiso. "No, Consolata, noi in Purgatorio non ci andremo, passeremo dalla cella al Cielo!". Era ciò che voleva suor Consolata: non un minuto prima, non un minuto dopo. Fratello tipografo, finito di stampare il presente profilo, dovresti lasciare alcuni fogli in bianco per l'ultimo capitolo su suor Consolata. Dio solo, per ora, è in grado di leggere queste pagine senza inchiostro che narrano la storia futura della Cappuccina di Moriondo: le prime righe tuttavia, sono già state scritte. Si parla di grazie, di ritorni di suor Consolata a Moriondo, a Torino Borgo Po. Pare che sia venuta dal cielo a pungere suor X e a guarirla dal morbo di Pot. "Fu in sogno o era sveglia? - le domando - Non lo so - risponde la religiosa - mi parve di vedere suor Consolata. Ebbi l'impressione che mi pungesse una, due, tre volte. Mi lamentai". "Ti faccio proprio male?", interrogò suor Consolata. L'inferma pianse di commozione, ma da quell'istante poté tenere eretta la testa, posizione che la malattia le impediva da molto tempo. Circa questo episodio esiste una dichiarazione di miglioramento insperato, rilasciato dal medico curante. Altre volte la Cappuccina sarebbe scesa nel suo monastero. Così il 10 ottobre 1957, all'Ave Maria, sarebbe entrata silenziosa nella cella di suor Giacinta: passò lenta, solenne, con un abito nuovo sul braccio. La suora interpretò il fatto come un annuncio per il cielo. Poco dopo infatti moriva. "Ma... sono donne!", direbbero gli increduli discepoli di Emmaus. I resti mortali di suor Consolata, il giorno 17 aprile 1958, ritornarono a Moriondo. Il Rev.mo Padre Generale dei Cappuccini celebrò la Messa da requiem. Così vuole la prudenza della Chiesa, che esige il "nero" anche per i morti in concetto di santità. Solo dopo l'esito positivo dei processi romani, la Chiesa depone il lutto per vestire paramenti di festa, ricordando i suoi figli migliori passati all'eternità: a noi tocca attendere. (...) Il corpo della Cappuccina riposa nel suo monastero. Dove? Una suora, annunciandomi il trasporto della salma nel convento, si affanna a precisarmi il luogo della tumulazione: "Là di fronte all'entrata, di fianco alla porta d'ingresso della chiesa". "Non ho presente", rispondo. "Non ricorda? Sotto il quadro del Sacro Cuore!". Ecco il posto di suor Consolata in terra e in Paradiso: accanto al Sacro Cuore di Gesù, vicino, vicino, vicino!
tratto da http://www.mariadinazareth.it/Santiebeati/suor%20Consolata%20Betrone%20(libro).htm June 04 Nessuno è escluso dall'amore di CristoNessuno è escluso dall'amore di Cristo
di Inos Biffi
L'unità e indissolubilità del matrimonio e il non sposarsi "per il regno di Dio" rappresentano le due inattese e sorprendenti novità del Vangelo.
Annunciarle al mondo ebraico e soprattutto a quello pagano - sulla cui condotta abbiamo l'impressionante e realistica descrizione nel primo capitolo della lettera di Paolo ai Romani - significava proporre i principi e le norme che portavano a un rivolgimento inaudito e a un rinnovamento radicale.
La Chiesa, fedele alla Parola di Cristo, lo ha fatto dall'inizio, a partire non da un dialogo delle culture, che sarebbero state sorde e non avrebbero capito, ma da tre altre precise persuasioni: la prima, che quelle novità traducevano il disegno di Dio sull'uomo e attuavano una compiuta promozione umana; la seconda, che la trasmissione di quel Vangelo rappresentava un compito permanente e non volubile della predicazione cristiana; terzo, che quelle novità erano accompagnate dalla grazia, che sa toccare e convertire il cuore dell'uomo.
Ci soffermiamo qui sull'indissolubilità del matrimonio cristiano di fronte alla prassi del divorzio.
L'affermazione di Cristo è perentoria e inequivocabile: il ripudio era stato una condiscendenza alla "durezza del cuore", ma era contrario all'originario disegno di Dio sull'uomo e sulla donna: "All'inizio non fu così" (Matteo, 19, 8). Nel progetto del Creatore l'uomo e la donna nel matrimonio sono destinati a formare "una sola carne", per cui l'uomo non deve dividere quello che Dio ha congiunto.
Di conseguenza - dichiara Gesù - "chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio" (Matteo, 19, 9). E vale sia per l'uomo sia per la donna: "se questa, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio" (Marco, 10, 12).
Nelle attuali discussioni, vivaci e non raramente confuse anche all'interno della Chiesa, il primo punto, che importa richiamare senza incertezze, riguarda precisamente questa indissolubilità.
Deve, cioè, emergere che il divorzio, cioè il risposarsi, contrasta con la volontà di Gesù e che esso non corrisponde al progetto divino o alla ragione per la quale sono stati creati l'uomo e la donna. In altre parole, un matrimonio dissolubile contraddice e infrange quel disegno "iniziale" al quale Cristo ha inteso ricondurre perentoriamente chi scelga di essere suo discepolo. Certo, uno è libero di non diventare discepolo di Cristo ma, se lo diviene, non può concepire un proprio e differente modello di sponsalità.
Ciò che oggi appare più grave e preoccupante non sono, tuttavia, dei comportamenti di infedeltà, ma la pretesa di una professione cristiana che si accompagni con l'annebbiamento o la contestazione relativa al tassativo principio dell'indissolubilità del matrimonio, nella persuasione che un allentamento di tale indissolubilità sia segno da parte della Chiesa di maggiore umanità, rispetto a una concezione - quella stessa di Cristo - che sarebbe troppo severa e immisericordiosa.
Certo l'indissolubilità del matrimonio non è compiutamente comprensibile fuori dal Vangelo; essa suscita istintivamente sorpresa e reazione.
Del resto, alla sua proposizione da parte di Cristo i discepoli non mancarono di reagire: "Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (Matteo, 19, 10). Ma non per questo egli corregge il suo progetto. In ogni caso, l'essere "una sola carne" è il suggello che contrassegna l'unione sponsale del cristiano, cioè del credente, il quale la considera secondo il giudizio di Cristo e quindi secondo la sensibilità della fede. Al declinare della fede non stupisce che succeda fatalmente anche il rigetto di questa prerogativa del matrimonio, strettamente connesso con il contenuto del Credo cristiano.
La prima pastorale della Chiesa verso i divorziati - ossia i cristiani validamente sposati che hanno contratto un altro vincolo coniugale - e la prima comprensione verso quanti di loro hanno sinceramente a cuore la loro fede cristiana non può consistere in una giustificazione del divorzio, ma, all'opposto, deve richiamare e far comprendere, con una attenzione illuminata, innanzi tutto il valore dell'indissolubilità.
Questo non vuol dire indifferenza di fronte a situazioni non di rado estremamente complesse, soprattutto quando al divorzio sia seguita la formazione di altri nuclei familiari, con la presenza di figli, che hanno il diritto di avere e di sentire vicini il padre e la madre.
Una sapiente attenzione a tali situazioni saprà sostenere, consigliare e anche confortare, con prudente e delicato discernimento, e con soluzioni variabili a seconda dei casi, lasciando a Dio il giudizio sulle singole responsabilità: una grossolana durezza o uno sbrigativo trattamento non sono mai evangelici, come non lo è l'insensibilità a tante sofferenze che spesso si ritrovano in matrimoni venuti meno.
Ma in tutto questo dovrà sempre risaltare senza esitazione il matrimonio indissolubile come il solo conforme al Vangelo, e di conseguenza la scelta e lo stato del divorzio come scelta e stato, dal profilo cristiano ed ecclesiale, anomali, in se stessi affatto difformi dal disegno sponsale voluto da Dio e rivelato da Gesù Cristo. In sintesi, la via irrinunciabile per il risanamento in senso cristiano del matrimonio è di ribadirne l'indissolubilità e di richiamare il Vangelo.
Si tratta, infatti, di comprendere che essa non è pura proibizione e costrizione.
L'apostolo Paolo insegna che l'"essere una sola carne" dell'"inizio" prefigurava e anticipava il mistero della sponsalità stessa di Cristo nei confronti della Chiesa (Efesini, 5, 31-32). Il matrimonio, nella sua divina progettazione, fu da subito una profezia e un anticipo di questo legame di amore per la Chiesa, che Gesù ha consumato sulla Croce e che è destinato a segnare lo stato sponsale dei suoi discepoli. Anzi, lo stesso matrimonio non cristiano - o naturale, come si dice, che ha la sua validità e il suo valore - è in condizione di incompiutezza, di sofferenza e di obiettiva aspirazione, fin che non si converta e non si risolva nel matrimonio che Cristo ha definito come appartenente alla sua fondazione divina "iniziale". Solo che per questo sono necessarie la fede per accoglierlo e la grazia, che è mediata dal sacramento, per viverlo.
Com'è noto, è oggi motivo di animate discussioni la comunione ai divorziati risposati.
Ma, per comprendere i termini della questione, importa anzitutto mettere in luce il valore sia della comunione eucaristica sia dell'appartenenza alla Chiesa, ed è proprio quanto ci sembra sia largamente disatteso e assente sia nella considerazione dei fedeli sia anche talora in quella di pastori, che invece per primi dovrebbero farne oggetto di riflessione.
La comunione eucaristica non consiste in un semplice conforto religioso, in una specie di gratificazione spirituale, o in una iniziativa lasciata al singolo cristiano, che certamente non cessa, anche se divorziato, di far parte della Chiesa, o in un diritto da lui rivendicabile.
Da un lato, la comunione eucaristica rappresenta la più intima unione con il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, la sua assunzione sacramentale (cioè reale), il pieno consenso alla sua volontà, il compimento e la perfezione del rapporto con lui.
Dall'altro lato, la condizione del divorziato - da distinguere nettamente dalla colpa dell'infedeltà, che può essere perdonata - come ogni peccato - dice uno stato di evidente contrasto rispetto al piano divino di matrimonio da lui rivelato e voluto per i suoi discepoli e in cui l'indissolubilità è intrinsecamente inclusa. È esattamente questa antinomia tra la condizione del divorziato e il contenuto dell'Eucaristia che dev'essere anzitutto rilevata.
Ma anche il valore e il significato dell'appartenenza ecclesiale sono abitualmente trascurati nella questione della comunione ai divorziati.
La partecipazione alla mensa eucaristica comporta e manifesta il proprio essere pienamente nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. Eucaristia e Chiesa si implicano reciprocamente.
Vanno, al riguardo, ribadite con chiarezza due cose.
La prima: che il divorziato non si trova escluso dalla Chiesa, non solo perché la Chiesa in varie forme lo prende a cuore e prega per lui, ma anche perché lui stesso è chiamato a pregare, anzi a prender parte all'orazione della Chiesa nell'assemblea liturgica.
La seconda: che, a motivo del divorzio, per altro oggetto di una sua libera scelta, il divorziato si trova in una situazione ecclesialmente ed eucaristicamente dissonante. Né deve stupire che si affermi, per un verso, che non deve tralasciare l'assemblea eucaristica senza che, per l'altro verso, riceva il Corpo e il Sangue del Signore.
La tradizione della Chiesa conosce queste forme ridotte di partecipazione: i catecumeni, per esempio, non partecipavano a tutta la celebrazione; la categoria dei penitenti a sua volta si asteneva, in attesa che, compiuto l'itinerario penitenziale, ricevendo l'Eucaristia rientrassero in piena comunione con la Chiesa.
Vi è poi la comunione spirituale, ossia di desiderio, assai fraintesa e quasi resa insignificante, ma a cui san Tommaso riconosceva una grandissima efficacia per il raggiungimento dello stesso frutto ultimo - o della "realtà" (res) - dell'Eucaristia.
La non ammissione alla comunione sacramentale tiene viva nella coscienza della Chiesa che il divorzio è in contrasto radicale con l'immagine che Cristo ha del matrimonio; che l'ammorbidirne la radicalità è la via sbagliata per restaurare questa immagine e rinnovare in senso evangelico la famiglia.
E, d'altronde, a nessuno, nella misura della sua buona volontà, è lasciata mancare la grazia della misericordia e della salvezza.
Non si tratta di essere convenzionali o anticonvenzionali, ma semplicemente di sapere che cos'è per un cristiano l'Eucaristia, la quale non è un bene o una proprietà di cui il sacerdote possa disporre.
L'atteggiamento della Chiesa era già enunciato chiaramente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in una Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica: i divorziati che si sono risposati civilmente "si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione".
Al clero di Aosta, il 25 luglio 2005, Benedetto XVI diceva: "Partecipare all'Eucaristia senza comunione eucaristica non è uguale a niente, è sempre essere coinvolti nel mistero della Croce e della risurrezione di Cristo. È sempre partecipazione al grande Sacramento nella dimensione spirituale e pneumatica; nella dimensione anche ecclesiale se non strettamente sacramentale". E aggiungeva: "Occorre, dunque, fare capire che anche se purtroppo manca una dimensione fondamentale tuttavia essi non sono esclusi dal grande mistero dell'Eucaristia, dall'amore di Cristo qui presente. Questo mi sembra importante, come è importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l'inscindibilità del Sacramento e, dall'altra parte, che amiamo queste persone che soffrono anche per noi. E dobbiamo anche soffrire con loro, perché danno una testimonianza importante, perché sappiamo che nel momento in cui si cede per amore si fa torto al Sacramento stesso e l'indissolubilità appare sempre meno vera".
Qualcuno potrebbe notare che queste nostre sono riflessioni troppo impegnative per i fedeli. In verità sono riflessioni semplicemente contenute nel messaggio cristiano, che devono far parte dell'abituale predicazione e catechesi della Chiesa, occupata anzitutto nella pastorale del matrimonio indissolubile.
L'Osservatore Romano - 29 maggio 2009 June 02 Messaggio di Medjugorie del 2 giugno 2009
Messaggio dato a Mirjana «Cari figli! Il mio amore cerca il vostro amore totale e incondizionato che non vi lascerà identici, ma vi cambierà e vi insegnerà la fiducia in mio Figlio. Figli miei, col mio amore io vi salvo e vi rendo veri testimoni della bontà di mio Figlio. Perciò, figli miei, non abbiate paura di testimoniare l’amore nel nome di mio Figlio. Vi ringrazio». Mentre la Madonna se ne andava, Mirjana ha visto una croce e al centro della croce un cuore con una corona di spine intorno ad esso. La Madonna non era triste. |
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